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lunedì 27 settembre 2010

Donne e legislazione penale

Da [1], riguardo la situazione negli Stati Uniti per quello che riguarda gli omicidi dei figli
Nel 68% dei casi le donne finiscono in ospedale mentre solo il 27% scontano una pena detentiva in carcere. Per i padri figlicidi la situazione sembra essere invertita, visto che solo il 14% viene inviato in manicomio contro un 72% che viene imprigionato o addirittura condannato a morte.
Marks e Krumar dall’analisi del loro campione rilevano che le madri vengono mandate in carcere meno frequentemente rispetto ai padri, pur avendo commesso lo stesso reato di figlicidio. Secondo gli autori la motivazione potrebbe essere la percezione che i padri facciano uso di metodi più violenti per commettere il reato. Le percentuali sono 84% dei padri e 19% delle madri che vengono puniti con il carcere per il reato commesso. I campioni analizzati da D’Orban e Cheung parlano di percentuali ancora più basse, attorno al 10%, di donne in carcere in seguito a figlicidio, la maggior parte ottiene la libertà condizionale o va in ospedale psichiatrico.
Anche un altro studioso della Sydney University, Andrei Wilczynsky, sostiene che la giustizia criminale tratta molto diversamente, in ogni fase del processo, le madri che uccidono i loro bambini dai padri che commettono il medesimo reato, seguendo il principio che i padri sarebbero “cattivi” e “normali” mentre le madri sarebbero “matte” ed “anormali”.
sintetizzando, il motivo per cui interviene il pietismo giudiziario ad assolvere le figlicide, e in generale le donne colpevoli di un qualsivoglia reato, dovrebbe essere la visione distorta che si ha dell'immagine femminile, rispondente sempre allo stereotipo della donna angelo tipico della cultura romantica dell'800. Non si tiene minimamente conto del fatto che l'individuo femminile è ormai diventato irrimediabilmente profittatore, a causa delle leggi ad essa favorevoli e ai comportamenti dei magistrati funzionali a giustificare ogni suo atto: false accuse (anche quando vengono scoperte), divorzi predatori, reati contro la persona nei quali la colpevole viene sempre vista come "martire" di qualcosa o qualcuno, e giustificata. Contrariamente all'uomo, che invece viene sempre visto come il colpevole per eccellenza e condannato a pene ordini di grandezza più dure. Naturalmente è il sistema di pregiudizi ad essere sbagliato; oppure, se lo si vuole accettare, lo si dichiari apertamente e senza ipocrisie. Noi riteniamo giusto, se non è possibile cambiare questo stato di cose, almeno diffondere e ufficializzare la verità, nei limiti del possibile, per evitare almeno che si continui ad affermare con sfacciataggine che la donna è discriminata in tutti i campi. Quando in ambito giudiziario avviene esattamente l'inverso.

Bibliografia

  • [1] Alessandra Bramante, Fare e disfare... dall'amore alla distruttività. Il figlicidio materno, cap. VI, Ricerca Criminologica. Ed. Aracne, 2005

sabato 10 luglio 2010

Breve ricerca sociologica a mezzo Facebook: infanticidi

Abbiamo svolto una piccola ricerca a proposito delle reazioni tenute dalle persone in reazione a casi di infanticidio, confrontando le due situazioni precedentemente prese in esame: la prima è quella di Vanessa Lo Porto, infanticida dei suoi due figli, mentre la seconda riguarda Giampiero Mele, reo di aver ucciso il proprio bambino. Per questo, abbiamo osservato i commenti postati sulla celebre piattaforma di social networking Facebook.

Nei casi in cui è la donna ad uccidere il figlio, l'interesse della gente è focalizzato a giustificare in tutte le maniere possibili il gesto della madre (1, 2, 3 e 4). A nessuno o a pochi interessa ricordare o omaggiare le vittime; nel caso della Lo Porto, i giornali non ne hanno neanche riportato il nome, né hanno dato notizia dei loro funerali. Nessuna solidarietà viene data al padre della vittima.

Quando invece è il padre ad uccidere, si scatenano i peggiori istinti giustizialisti nei confronti di quest'ultimo (1, 2, 3 e 4). E anche i media non vanno tanto sul leggero, con qualificazioni del tipo "papà macellaio".

Collegamenti esterni

martedì 6 luglio 2010

Uccise figlia neonata. Assolta perchè incapace di intendere e di volere

6 luglio 2010 - È stata assolta perché persona non imputabile, Morena Loprete, di 20 anni, accusata, nel processo con rito abbreviato, per l'omicidio della figlia di quattordici giorni uccisa a Catanzaro nel dicembre del 2008. La sentenza è stata emessa stamani dal giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Catanzaro, Gabriella Reillo, che ha disposto per la donna il ricovero per tre anni in una struttura sanitaria che non sia un ospedale psichiatrico. Nel marzo scorso Morena Loprete era stata sottoposta ad una perizia dalla quale era emerso che era incapace di intendere e di volere al momento del fatto. Successivamente il pubblico ministero aveva chiesto l'assoluzione dell'imputata. L'omicidio avvenne dopo un violento litigio che la donna ebbe con il marito per futili motivi. Morena Loprete uccise la figlia scaraventandola a terra.

La cortina di pizzo, terza parte

Di nuovo, vorremmo confrontare due casi di infanticidio, il primo dei quali commesso da un uomo e il secondo da una donna. Abbiamo a tal scopo cercato di riportare il giudizio delle persone selezionando due articoli che riteniamo emblematici a riguardo

Ugento (Lecce): la popolazione chiede giustizia dopo l’omicidio del piccolo Stefano

A Torre San Giovanni, località marina nel comune di Ugento, in provincia di Lecce, tutti gli abitanti hanno condannato duramente l’omicidio di Stefano, un bambino di appena due anni, ucciso dal proprio padre. «Speriamo che viva. Deve scontare in carcere ogni giorno della sua vita, macerarsi nei sensi di colpa. Solo così la morte del piccolo Stefano potrà trovare giustizia». È questo lo stato d’animo della popolazione, come ha scritto La Repubblica il giorno dopo l’assassinio compiuto da Giampiero Mele. L’uomo ha infatti ucciso il figlio dopo un litigio con la compagna, con cui i rapporti erano sempre più vicini alla rottura definitiva.

L’efferato omicidio ha destato dunque profonda indignazione nella comunità. Un suo vicino di casa, Adriano Brigante, ha dichiarato a Repubblica: «Non lo incontravo più da anni, ma da piccoli giocavamo insieme a pallone. Non sapevo più nulla di lui, neanche che avesse un figlio ed una compagna, ma non lo avrei mai ritenuto capace di un gesto simile».
Questo riguardava il caso di un padre che ha ucciso il proprio figlio. Il successivo concerne invece l'omicidio di due bambini ad opera della loro madre, attualmente agli arresti domiciliari

Dietro la triste vicenda di Vanessa Lo Porto

Venerdì 23 aprile, con il nostro giornale già in fase di stampa, si è consumata a Gela una delle più terribili tragedie, forse l’unica di questo genere, che la storia della città ricordi. Una giovane madre – Vanessa Lo Porto, di 31 anni, separata da alcuni mesi dal marito – ha trascinato in mare i suoi due bambini, Giuseppe Rosario di 9 anni, e Andrea Pio di appena 2 anni. Sono morti entrambi, inghiottiti dal mare di Manfria. La madre, che voleva morire con loro, si è fatalmente salvata, subendo in tal modo la punizione più atroce di qualsiasi condanna penale.

Fuori di sé, aggredita dalla solitudine e schiacciata dal peso divenuto insopportabile dopo la separazione coniugale, Vanessa Lo Porto non ha retto e il suo equilibrio mentale, minato da tempo da troppi problemi familiari, è divenuto facile preda dello sconvolgimento della ragione. Si è detto che alla base dell’insano gesto della donna sia stato provocato dal timore che il figlio piccolo, come il primogenito, fosse affetto da autismo. Troppo sbrigativo spiegare il tutto con questo. Lo hanno smentito persino i familiari, che hanno hanno piuttosto rimarcato l’attenzione e l’affetto di cui i due piccoli erano sempre circondati. Più probabile che il disperato gesto di Vanessa Lo Porto sia stato l’effetto della deflagrazione devastante in una testa e in un corpo imbottiti di una miscela esplosiva, fatta di solitudine e non solo. Certamente dalla presa d’atto del fallimento totale di una vita ancora giovane e fragile. Troppo fragile per sopportare un tale carico di problemi, forse anche quelli derivanti da tare ereditarie, di cui si è parlato anche in sede di indizi sommari di tipo psichiatrico.

“Nessuno può esprimere giudizi, né condanna, tantomeno puntare il dito. Non sappiamo cosa passa per la mente umana quando si vive un disagio. Sono state dette tante stupidaggini in questa vicenda, viaggiati anche via internet. Bisogna starsene zitti. Il giudizio spetta solo a Dio”.

Sono le parole dure pronunciate durante l’omelia da padre Enzo Romano, il parroco di San Rocco, dove si sono svolti i funerali di Andrea e Giuseppe. “Questi piccoli martiri stanno accanto a Dio. Siamo qui per pregare, non condannare”, ha detto il prete in una affollata chiesa.

La chiesa di San Rocco era già gremita di fedeli, parenti, vicini di casa del quartiere Cantina sociale due ore prima dei funerali. Al centro della sala le due bare bianche. Dentro i corpicini di Giuseppe e Andrea, i fratellini uccisi dalla madre venerdì mattina. Tanti fiori bianchi, come erano bianchi gli abiti talari dei preti: don Enzo Romano, il parroco della chiesa, don Giuseppe Fausciana, don Angelo Strazzanti e don Lino Di Dio. Anche tante autorità.

All'esterno della parrocchia una gigantografia con tanti palloncini bianchi, fatto preparare dai familiari della donna, che ha provocato imbarazzo e qualche polemica sotto voce: raffigura le foto dei due bimbi e la scritta "La nostra mamma ci ha riservato un futuro migliore".

Alla cerimonia c’erano i genitori e i fratelli di Vanessa Lo Porto, Grazia, Morena e Angelo, il marito separato Marco D'Augusta, 38 anni. Assente invece la mamma dei due bimbi che da ieri è agli arresti domiciliari in una clinica di riabilitazione neuro-motoria di Troina, in provincia di Enna. Al di là dei risultati delle indagini che gli investigatori hanno già avviato, resta lo sgomento di una comunità, abituata finora a ben altre morti violente. E la riflessione secondo cui – come scrive Luciano Vullo nel commento qui a fianco – viviamo in una società in preda ad una solitudine di massa, di cui siamo allo stesso tempo vittime e carnefici.

mercoledì 23 giugno 2010

La cortina di pizzo in psichiatria

Da un articolo de Il Tempo

Tenta di soffocare la figlioletta

La mamma è la mamma. Ma non quando l’amore malato spinge una donna a fare del male a chi ama di più. Come ha fatto ieri pomeriggio verso le due, un'egiziana, A. A. di 28 anni, che ha tentato di soffocare la figlia di 18 mesi mentre era in ospedale, al Bambino Gesù, un gesto forse compiuto per poter godere di più assidue cure mediche ed essere socialmente riconosciuti nel ruolo di genitore premuroso.
Si chiama sindrome di Munchausen per procura, un bizzarro disordine mentale per cui la madre simula, o peggio, causa la malattia del figlio, arrivando fino a farlo morire. Potrebbe essere stata questa malattia, che sfugge alla maggioranza dei pediatri, la causa, non confermata, del tentativo di soffocamento, andato in scena ieri pomeriggio in una stanza del Bambino Gesù. Il gesto è stato stroncato sul nascere, perché la bambina si trovava in una stanza sorvegliata dalle telecamere, nel famoso nocomio pediatrico nei pressi del Vaticano, attrezzato anche per scoprire e fronteggiare i non rari di casi di sindrome di Munchausen. La nordafricana, fermata in tempo, si è difesa dicendo che la figlia non respirava perché in preda ad una crisi epilettica.
Ecco cosa è successo. La piccola era ricoverata da giorni per problemi clinici e veniva monitorata dal punto di vista cardiologico e neurologico. Proprio grazie a questo controllo costante, medici e infermieri si sono accorti dell'improvvisa alterazione di alcuni parametri fisiologici e, attraverso una sorveglianza a distanza tramite telecamera, si sono resi conto che la madre, vicino al letto della figlia, stava cercando di soffocarla. Il personale del Bambino Gesù è immediatamente entrato nella stanza e ha bloccato la donna, salvando la bambina.
La madre, che ha altri figli e già in passato era stata protagonista di episodi analoghi, ha provato a difendersi dicendo che la bimba stava male e aveva attacchi di epilessia. Medici e infermieri del Bambino Gesù hanno soccorso la piccola, che ora è in buona salute. La donna è stata fermata e portata nella caserma dei carabinieri di Porta Cavalleggeri. I carabinieri, autorizzati dalla Gendarmeria Vaticana, hanno accertato l'accaduto. Dalle testimonianze di medici e infermieri sembrerebbe inequivocabile la volontà della donna di uccidere. La giovane potrebbe essere arrestata con l'accusa di tentato omicidio.
Sindrome di Munchausen, sindrome post parto... tutti disturbi che, contrariamente ad esempio a quello di alienazione genitoriale (PAS), la psichiatria femminista non ha tardato a riconoscere ufficialmente. Attualmente esiste una sindrome per ogni possibile atto omicida di una donna nei confronti del figlio. Ecco perché solo il 20% delle infanticide sconta il carcere, essendo per loro riconosciuta l'incapacità di intendere e di volere: per gli uomini, la percentuale sale all'84% (Alessandra Bramante, Fare e disfare... dall'amore alla distruttività. Il figlicidio materno, cap. VI, Ricerca Criminologica. Ed. Aracne, 2005).

mercoledì 9 giugno 2010

Le donne che uccidono i loro figli ottengono comprensione e sono condannate a delle cure, mentre gli uomini che fanno la stessa cosa sono accusati di omicidio e condannati a vita

Riportiamo la traduzione (curata da Centro Documentazione violenza donne) di un articolo canadese

L'anno scorso, negli Stati Uniti, sono avvenuti circa 1.300 infanticidi. Circa 500 degli autori - all'incirca alla pari fra uomini e donne - non erano i genitori. Peraltro, i padri sono stati solo 30 (!). In altre parole, le madri erano 25 volte più portate ad uccidere la loro progenie rispetto ai padri. Eppure, in qualche modo, gli uomini sono visti come più pericolosi per i loro figli rispetto alle donne. In Canada, molte statistiche di criminalità sono presentate in modo tale da nascondere la malvagità femminile. Ad esempio, le statistiche di omicidio di bambini non sono suddivise per sesso dell’autore. Di conseguenza, queste informazioni non sono disponibili. Tuttavia, non vi è alcun motivo di ritenere che le cose siano diverse a nord del confine [rispetto agli USA, ndt].

Questo trattamento di favore alle donne non si limita all’uccisione di bambini. Rose Cece e Mary Taylor, una coppia lesbica di Toronto, decise di uccidere per gioco un agente di polizia. Fosse stata una coppia maschile, sarebbe stata condannata per omicidio di primo grado, quasi senza neanche considerare i fatti; in caso contrario, le associazioni di polizia in tutto il Paese sarebbero insorte. Invece, Cece e Taylor furono condannate per omicidio colposo e nessuno alzò la voce.

Spesso le donne sono lasciate fuori con la condizionale. Il primo cittadino di Ottawa disse a proposito di un caso di omicidio: "La condanna di Lilian Gatkate, assassina confessa di suo marito, a due anni meno un giorno di domiciliari, è un insulto al nostro senso di giustizia naturale". L'assassina reagì alla sentenza dicendo: "Ero confusa. Ho preso la vita di qualcuno e non vado in galera. Certo che sono sorpresa da tutto ciò". Ancora una volta, la Procura non fece appello.

Sfuggire alla pena per omicidio

Questa riluttanza a condannare le donne assassine risale a molto tempo fa. In realtà, è la ragione dell’invenzione del reato d'infanticidio, al volgere del secolo scorso. Le giurie rifiutavano di condannare le donne che uccidevano i propri figli. O i loro genitori, sembrerebbe.
Lizzie Borden prese un'accetta
diede a sua madre quaranta colpi
Quando vide ciò che aveva fatto
ne diede a suo padre quarantuno [ndt: ballata nordamericana]
Ciò che la canzoncina non menziona è che la giuria di Boston, nel 1892, rilasciò Lizzie libera. Una delle ragioni principali è che il giudice, come nel caso di Lilian Gatkate, diresse praticamente la giuria ad assolverla.

Solo due donne sono state condannate per omicidio di primo grado in questo Paese: Yvonne Johnson uccise un uomo che appena conosceva, Sarabjit Kaur Minhas strangolò il proprio nipote.

La discriminazione dei giudici a favore delle donne non è limitata all’omicidio: accade per tutti i reati. Ufficialmente le donne commettono il 15% dei crimini gravi in Canada: molto probabilmente un dato che sottovaluta la realtà. Qualunque sia il numero reale, esse costituiscono circa l'1% delle persone nelle nostre carceri. Le statistiche in Texas indicano che le donne commettono frodi più spesso degli uomini. Malgrado ciò, gli uomini trascorrono detenzioni dieci volte più lunghe per questo reato, rispetto alle donne.

Sembra che ci sia un radicato rifiuto ad ammettere che le donne sono capaci di commettere crimini. Quando lo fanno, si tende a sminuire l'atto ed a vederle come le vittime, non come le carnefici. Sul caso Johnson è stato scritto un libro: il titolo è “La vita rubata”; indovinate a chi appartiene la vita che l'autore sente derubata? Non è quella dell'uomo ucciso.

Mentre il femminismo può essere solo parzialmente responsabile di questo rifiuto, la risposta sembra essere più remota. I genitori di Lizzy Borden furono uccisi molto prima della comparsa di questa forma di follia collettiva. La realtà è che la gente, in tutte le società, assume che la femmina della specie debba essere protetta, anche dalle conseguenze delle proprie azioni.

sabato 10 aprile 2010

La cortina di pizzo

Presentiamo qui due articoli, entrambi riguardanti raptus occorsi in persone adulte e che hanno portato a grandi sofferenze. Nel primo si parla di un padre, Julien Monnet, responsabile di aver sbattuto ripetutamente la testa della figlia sul marmo dell'altare della patria a Roma in un evidente raptus di follia; si trattava di una persona in cura e che era stato abbandonato insieme alla figlia dalla moglie, partita per una vacanza in Turchia. Monnet si era inspiegabilmente allontanato da casa alla volta di Roma, dove è avvenuta la tragedia. Immediatamente tradotto in cella di isolamento a Regina Coeli, dove si trova tuttora in attesa di giudizio, ha dovuto subire il linciaggio mediatico e l'odio della gente prima che il fatto cadesse nel dimenticatoio.
Roma, 20 luglio 2008 - Ha ridotto in fin di vita la figlia di quattro anni picchiandola selvaggiamente. Un francese di 37 anni, Julien Monnet, ha colpito la piccola, facendole sbattere la testa, per tre volte, sul marmo all'esterno del monumento ai caduti, all'Altare della Patria. Erano le 23.30. Sono intervenuti immediatamente i vigili urbani e i carabinieri che hanno bloccato l'uomo. L'uomo è stato arrestato con l'accusa di tentato omicidio.
La bambina è stata ricoverata all'ospedale Bambino Gesù e sottoposta ad intervento neurochirurgico. È in stato di coma post operatorio. Le sue condizioni sono apparse subito gravi: i violenti colpi ricevuti dal padre le hanno provocato un profondo trauma cranico.
Secondo una prima ricostruzione, alcuni passanti hanno notato il comportamento anomalo dell'uomo, che strattonava la bimba. L'hanno seguito da via del Corso fino a Piazza Venezia e hanno segnalato tutto ai vigili. Monnet stava male, sembrava ubriaco: a un certo punto ha anche vomitato. Davanti alla domanda di una vigilessa, ha iniziato a picchiare la bambina.
"Ho appena avuto il tempo di chiedere a quell'uomo perché la bambina stesse piangendo così forte... forse ha avuto una reazione spropositata alla vista della divisa. In un attimo, con la mano destra, ha preso per i capelli la piccola e l'ha sbattuta sul marmo. È svenuta, credevo fosse morta" dice Anna Esposito, la vigilessa che è intervenuta.
Sono arrivati subito i carabinieri. Monnet è riuscito in un primo tempo a divincolarsi e ha cominciato a prendere a testate il marmo alla base del monumento così come aveva fatto con la figlia. È stato poi medicato al Fatebenefratelli e trasferito nel carcere di Regina Coeli. In passato ha avuto problemi psichiatrici: per tutta la notte è rimasto in stato confusionale. Ora è sotto sedativi, controllato a vista. Nel suo zaino sono stati trovati psicofarmaci. Monnet ha perso da poco il lavoro: è un tecnico informatico.
Questa mattina è stata rintracciata la madre della piccola, in vacanza in Turchia. La donna è già in viaggio per Roma. Ha detto di non spiegarsi la presenza del convivente nella capitale: doveva trovarsi a Parigi, ne ha parlato come di un uomo malato.
Anna Esposito è andata in ospedale a far visita alla bambina: "Spero si salvi. E cosa le diranno poi? Che suo padre l'ha quasi ammazzata?".
Nel secondo articolo di nuovo un raptus, con la differenza che si sta parlando di una donna. Monica Cabrele, accusata dell'omicidio del figlio. Per lei non il carcere, ma qualche giorno di ricovero in ospedale. Al contrario del precedente, questo articolo verte sullo stato d'animo interiore della donna: la sindrome post parto, la disperazione di una madre depressa che ha perduto il bambino, il periodo difficile che stava vivendo. Si cerca di scaricare la responsabilità sul marito, sugli assistenti sociali, su chi non l'ha aiutata.
Padova, 23 novembre 2009 - «Ci volevamo tutti bene». Così ha esordito Monica Cabrele nell’interrogatorio di domenica sera davanti al pm euganeo Orietta Canova, alla quale ha ammesso le sue responsabilità sull’omicidio del figlio Alessandro di circa 3 anni. L’interrogatorio della donna, durato dalle 20 alle 21 e al quale ha preso parte, tra gli altri, un ufficiale dei carabinieri, è seguito a quello del marito Gianni Bellato, 40 anni, sentito nel pomeriggio dallo stesso magistrato in un ufficio della procura di Padova.
Il pm Canova si è poi spostata, in serata, all’ospedale di Padova, raggiungendo il reparto di psichiatria dove è piantonata Monica Cabrele, 35 anni, alla quale ha contestato l’accusa di omicidio volontario. L’indagata ha risposto alle domande del magistrato, intervallando momenti di pianto a silenzi. La donna, secondo quanto si è appreso, era lucida, conscia di quanto era accaduto e soprattutto delle sue responsabilità in merito alla vicenda. Nel colloquio ha tra l’altro fatto presente che amava moltissimo suo figlio Alessandro, ma non avrebbe saputo spiegare la causa scatenante che l’ha portata al raptus omicida.
Monica Cabrele ha ucciso il figlio di neppure tre anni a coltellate mentre la bambina messa al mondo tre mesi fa dormiva nella stanza accanto e il marito era uscito a comprare delle pizze. In un attimo ha distrutto una famiglia felice e da quel momento non ha detto una parola. Dopo 24 ore passate come in trance, tenuta sotto sedativi in un letto del reparto di Psichiatria dell’ospedale di Padova e piantonata dai carabinieri, Monica Cabrele ha cominciato a farlo davanti al pm Canova.
L'accusa, come detto, è omicidio volontario del figlio. Sabato sera, al rientro a casa, ha trovato il figlio Alessandro morto, tra le braccia della madre, in un lago di sangue. Lei, con lo sguardo pietrificato, ha continuato a tenerlo stretto a sé con ostinazione: ci sono volute quattro ore per convincerla a farsi staccare dal grembo il corpicino. Da quel momento Monica non ha proferito una parola su quello che è accaduto in quella mezz’ora di assenza del marito. Un silenzio che gli inquirenti devono spezzare per capire cosa ha spinto la donna ad avventarsi contro il piccolo con un coltello da cucina, sferrando una decina di colpi: quanti esattamente, sarà l’autopsia a dirlo (è in programma oggi).
Probabilmente è stata una depressione post parto a far esplodere la tragedia, di cui Monica aveva mostrato alcuni segni dopo la nascita della piccola Erika. Lei e il marito Gianni Bellato, 40 anni, avevano accolto con gioia l’arrivo della secondogenita, come stanno a testimoniare i fiocchi rosa ancora appesi alla ringhiera della loro casa di Pieve di Curtarolo. Poi qualcosa deve essersi spezzato dentro di lei. «Negli ultimi tempi era strana, taciturna» ha raccontato il marito agli investigatori. Segni di una sofferenza, che forse è stata sottovalutata, ma che certo non poteva far presagire una tragedia così grande. Sposati da cinque anni, Monica e Gianni erano a detta di tutti una coppia felice. Così li descrivono i parenti, gli amici, i vicini di casa. Lui, titolare insieme al fratello di una piccola azienda di parquet, e lei, infermiera in una Casa di riposo di Carmignano di Brenta, condividevano gli amici, le feste patronali, la vita del paese.
Il piccolo Alessandro andava all’asilo e tutti lo ricordano come un bambino vispo e allegro: un vicino di casa lo ha visto ieri pomeriggio mentre giocava a pallone in giardino. Poche ore dopo il padre lo ha trovato in cucina straziato dalle coltellate sferrate dalla mamma, che dopo averlo ucciso lo ha avvolto in una coperta e si è distesa sul pavimento tenendolo stretto a sé con gli occhi sbarrati e lo sguardo fisso. In pochi minuti la villetta costruita in mezzo alla campagna si è riempita di investigatori, medici e infermieri. «Mia figlia è una brava mamma - dice disperato e incredulo Domenico, il padre di Monica - veniva sempre qui con i bambini, anche ieri è venuta. Non si capisce cosa sia successo». Anche lo zio di Monica non si dà pace: «Quello che è successo è orrendo. Chiediamo a tutti una preghiera per la nostra famiglia».

lunedì 5 aprile 2010

La giustizia del telefono rosa viaggia su due binari: uno per gli uomini, l'altro per le donne

Storie recenti, da esaminare in parallelo con simmetrie al maschile. Questo è quanto ci ha proposto, nelle ultime settimane, la Giustizia italiana in alcuni casi di cronaca "al femminile". Tre episodi di violenza, morte e degrado, che vedono le mamme protagoniste, e i figli vittime.

La prima riguarda la morte del piccolo Alessandro Mathas, ucciso probabilmente dal compagno della madre durante un raptus mentre lei era uscita alla ricerca di cocaina, ben consapevole del suo comportamento violento nei confronti del bambino (lei stessa ha dichiarato che «l’aveva picchiato altre volte»). Non lo accudiva da 12 ore: forse è stato il pianto del piccolo affamato a scatenare la violenza omicida dell'uomo. Ma tant'è, lui è in galera mentre la madre è già libera dopo pochi giorni di carcere. Un caso analogo è stato quello di Elizabethe Petersone e Paolo Arrigo: l'unica differenza è che qui le parti sono invertite. Il bambino secondo la procura sarebbe stato ammazzato di botte dalla madre con il concorso omissivo del compagno, reo di non aver denunciato il fatto. Arrigo tuttavia è stato scarcerato dopo un anno, e si trova tutt'ora agli arresti domiciliari come la madre assassina.

La seconda vicenda di cui vi vogliamo parlare è quella della donna arrestata per sevizie nei confronti del figlio. Dopo un breve periodo di ricovero in ospedale, è stata dimessa e si trova ora a piede libero mentre la vittima è stata confinata in un istituto per evitare contatti con la madre. Inutili le proteste del padre e del fratello che lo reclamano: il Tribunale dei minori ha deciso così per la sua stessa tutela.

La terza è probabilmente quella più sconvolgente: una donna con precedenti (un omicidio volontario con occultamento di cadavere commesso nel 1992 e per il quale ha scontato 10 anni) che lasciava i due figli di 3 e 4 anni chiusi in una stanza al buio in mezzo ai loro escrementi per andare a lavorare in una chat erotica. Quando li hanno tirati fuori, puzzavano e avevano problemi di deambulazione. La madre invece è stata scarcerata dopo l'interrogatorio di garanzia, in cui si è giustificata dicendo che il tenere i figli rinchiusi era solo un evento occasionale. Questo ha convinto il gip a rilasciarla col solo divieto di dimora.

Viene naturale chiedersi cosa sarebbe accaduto qualora i responsabili fossero stati i padri. Per uno di questi casi, almeno, ne abbiamo prova diretta: è ancora dentro, e pare che la sua posizione si vada aggravando sempre di più. Ne eravamo certi. Un uomo si becca il doppio della pena, comunque vada.