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lunedì 27 settembre 2010

Malati mentali, differente trattamento per uomini e donne

Claudia Berillo
Vorremmo parlare di come vengono trattati i malati mentali quando questi, in preda a raptus, compiono dei crimini. Degli esempi ci vengono forniti da due eventi accaduti in questi giorni.

Il primo riguarda Mansueto Adriani, 51enne disoccupato che, colpito da follia omicida, ha ucciso il padre a colpi di sedia. Il gesto sarebbe stato innescato da un cocktail di vino e psicofarmaci. Mansueto, affetto da schizofrenia bipolare, pochi istanti prima del delitto del padre si trovava nella sua stanza da letto a riposare. Infastidito dai colpi di tosse del padre ottantenne, invalido sulla sedia a rotelle, ha afferrato la sedia in cucina e gliel'ha scaraventata sulla testa prima di tornarsene nella sua stanza: l'uomo è morto sul colpo. Ai carabinieri, allertati dai medici che erano intervenuti su segnalazione dell'altro figlio dopo che questo era tornato a casa e aveva trovato il padre riverso a terra in un lago di sangue, Mansueto ha confessato l'omicidio prima ancora che questi iniziassero a interrogarlo. Per questo, Adriani è stato condotto nel carcere di Castrogno dove oggi è stato convalidato il suo arresto.

Analogo provvedimento non è stato preso per Claudia Berillo, 34 anni, che in preda a un raptus ha accoltellato il marito in camera da letto. Era convinta di colpire il diavolo. Ma non ha agito nel sonno, Claudia era cosciente, esattamente come Mansueto. Adesso lei però è ricoverata in ospedale.

mercoledì 8 settembre 2010

Uccise il marito: non farà un giorno di carcere

6 settembre 2010, Olten (Svizzera) - Ventidue mesi di carcere con la condizionale: è la pena inflitta oggi dal tribunale di Olten-Gösgen, nel canton Soletta, a una italiana 43enne, che sette anni fa, nel corso di una violenta lite, uccise il marito colpendolo ripetutamente alla testa con un ferro da stiro. I giudici, seguendo le raccomandazioni della pubblica accusa, l'hanno riconosciuta colpevole di omicidio passionale.

La vicenda risale alla notte del 23 marzo 2003: dalle indagini è risultato che contro l'uomo, di professione camionista, furono inferti almeno una decina di colpi, dapprima con l'elettrodomestico e in seguito con un attrezzo da ginnastica. La coppia viveva a Schönenwerd ed aveva quattro figli.

giovedì 2 settembre 2010

Omicidio Basile: Colitti jr esce dal carcere

2 settembre 2010, Ugento (Lecce) - Scarcerato Luigi Vittorio Colitti, accusato dell'omicidio di Peppino Basile. Il giovane si trovava in carcere dal novembre scorso, quando il gip Cinzia Vergine aveva confermato l'ordine di custodia nei suoi confronti emesso dalla procura. Le prove a carico del 19enne? Solo la testimonianza di una bambina, che dichiarava di aver visto Luigi Vittorio Colitti e il nonno Vittorio Colitti, dalla finestra, uccidere Basile.

La Cassazione si era pronunciata in proposito nutrendo forti dubbi sull'attendibilità della bambina: dispositivo puntualmente ignorato dal Tribunale del Riesame, che ha deciso di lasciare in carcere i due Colitti. Oggi la nuova decisione, che impone il rilascio del 19enne senza rinvio ai giudici leccesi. Da oggi dunque Luigi Vittorio Colitti, dopo nove mesi di detenzione, è libero.

giovedì 15 luglio 2010

Funzionaria della prefettura scomparsa: il Riesame scagiona l'indagato per omicidio. Tutte menzogne quelle della Goffo: forse un tentativo di vendicarsi dell'ex amante

Ancona, 10 luglio 2010 - Rossella Goffo, la funzionaria della prefettura misteriosamente scomparsa il 5 maggio di quest'anno, avrebbe mentito in passato riguardo un tentativo di soffocamento da parte dell'uomo attualmente indagato per essere il suo omicida, il tecnico quarantunenne della Questura ascolana ed ex amante Alvaro Binni. La donna aveva dichiarato che l'agente avrebbe tentato di ucciderla penetrando in casa sua ad Ancona, con guanti, nastro adesivo e un panno intriso di etere e aggredendola alle spalle. Proprio sulla base di questa testimonianza la procura, dopo la scomparsa della Goffo, ha iscritto Binni nel registro degli indagati, valutando tra le altre cose l’emissione di una misura cautelare personale a suo carico, non si sa se poi non formalizzata o non accolta.

Tutto inventato, secondo i giudici del Riesame, così come la confidenza fatta ad alcune amiche, ma anche a un agente della polizia postale, di non voler denunciare l’amante per salvaguardare la vita della sua bambina. Una bambina fantasma, con tanto di fotografia della figlia di un’amica spacciata per autentica. «Non è emersa - scrivono i giudici - non solo l’attribuibilità al Binni dell’omicidio, ma neppure la sussistenza stessa del fatto». In sostanza non è certo che la Goffo sia stata uccisa: avrebbe potuto essersi dileguata per far accusare l'ex amante del suo omicidio. Intanto di Rossella non c’è traccia.

lunedì 28 giugno 2010

Scandalo, concessi i domiciliari anche alla mandante dell'omicidio

Stamani sono stati concessi gli arresti domiciliari a Federica Bellone, la 26enne di Bordighera che al momento viene accusata di essere la mandante dell'omicidio della madre. La ragazza stamani è stata ascoltata in carcere a Genova Pontedecimo dal Giudice per le Indagini Preliminari Maria Grazia Leopardi, naturalmente alla presenza del difensore, l'avvocato del foro di Sanremo, Alessandro Moroni.

Nel corso dell'interrogatorio la 26enne si è avvalsa della facoltà di non rispondere. Una possibile linea difensiva per permettere al legale di entrare in confidenza con quanto scritto nei fascicoli. Lì dentro vi sarebbero le formali accuse, i resoconti ed i dettagli più scottanti di questa complessissima vicenda. Federica Bellone, adesso, verrà ospitata dal padre a Sanremo, con lui la giovane non aveva più rapporti da diverso tempo.

Il retroscena
[...]
I militari hanno, dunque, arrestato Chiara Cortese Pellin mentre cercava di tornare in treno a Milano, da dove era partita quella stessa mattina. Interrogata dal sostituto procuratore Marco Zocco per oltre tre ore, alla fine la giovane è crollata, rivelando il piano criminoso, incolpando l'amica Federica, figlia della mancata vittima. La studentessa è stata rintracciata venerdì sera, a Bordighera, anche lei mentre si preparava alla fuga. In un primo momento lei ha negato tutto, ma la confessione dell'amica la inchioderebbe, sarà solo il tempo ed un'eventuale rottura del primo silenzio a rivelare quelli che sono gli ulteriori dettagli sull'accaduto per un vero e proprio giallo dell'estate nella città delle palme.

sabato 26 giugno 2010

In missione a Bordighera per uccidere un’anziana

Chiara Cortese Pellin, 29 anni, una vita da studentessa, volontaria della Cri, anni trascorsi a fare da bambinaia, mai avuto alcuna questione penale pendente, secondo lo psicologo che l’ha visitata dopo l’arresto dei carabinieri per tentato omicidio aggravato, «era perfettamente lucida e sicura di sé quando ha cercato di uccidere». La sua vittima, come detto, si è accorta in tempo che stava per essere colpita ed ha reagito. Ha preso per i capelli Chiara Cortese Pellin, l’ha bloccata ed ha chiamato i carabinieri. È rimasta ferita solo lievemente alla testa, la donna, mamma dell’amica della giovane, tanto che i medici dell’ospedale saint Charles, dov’è stata accompagnata dall’auto medicale, le hanno diagnosticato cinque giorni di prognosi. Ma poteva morire. È accaduto mercoledì sera, in un alloggio in pieno centro città. Chiara Cortese Pellin suona al campanello della casa della sua amica: riesce a entrare, si fa servire un bicchiere d’acqua. Poi si allontana verso il bagno. Qui indossa dei guanti, ovvio escamotage per non lasciare impronte, torna in cucina: in mano il batticarne, il coltello da macelleria. E si scaglia contro la sua vittima. Ma questa si accorge di quello che sta accadendo: la lotta tra le due donne è violenta, la potenziale vittima però prevale perché più alta e robusta. Afferra la ragazza per i capelli: Chiara si libera e scappa via. Nonostante perda sangue dalla testa la signora chiama i carabinieri, allerta il 118. La caccia termina in poco tempo: Chiara Cortese Pellin viene individuata poco dopo e accompagnata in ospedale. Lo specialista, dirà, come detto che era lucida in tutti quei terribili momenti.

Ma che cosa ha costretto una ragazza perbene, di buona famiglia, mai avuto precedenti, mai coinvolgimenti in altre questioni importanti, da tutti rispettata ed alla quale spesso sono stati affidati dei bambini anche piccoli? Perché odiare così tanto una donna che è anche la mamma di una sua carissima amica? Perché pensare ad un delitto così efferato? Secondo gli investigatori Chiara Cortese Pellin voleva essere certa che la donna morisse. Per questo ha portato con sé ben due armi. Per non fallire. La premeditazione, stando alle indagini, è scontata: per essersi portata dietro i guanti in modo da non lasciare impronte. Se la sua potenziale vittima non si fosse accorta degli strani movimenti della giovane milanese sarebbe morta. Un tentato omicidio spinto da motivi passionali? Una vendetta trasversale? Quale ruolo avevano madre e figlia nella vita della ragazza milanese? Quale legame le teneva unite? Che cosa ha scatenato una furia simile in una giovane donna che a detta dei conoscenti è sempre stata «una ragazza dolcissima»?

I carabinieri sostengono si tratti di una “storia terribile”, dai risvolti inquietanti: ma soltanto nei prossimi giorni si potrà capire perché Chiara Cortese Pellin, il cui arresto è stato convalidato ieri dal gip sanremese (la ragazza è stata posta agli arresti domiciliari perché non aveva nessun precedente e per i suoi trascorsi lavorativi e di volontaria della Cri [quando per il reato di tentato omicidio è obbligatoria, e sempre viene eseguita nel caso in cui l'indagato sia uomo, la custodia in carcere ndr]), ha meditato di uccidere la madre della sua amica. Per ora le generalità della vittima restano tutelate: anche se in città ormai il suo nome si mormora dalla tarda mattinata di ieri. L’inchiesta infatti deve proseguire, si stanno cercando ulteriori elementi probatori e di capire il movente di questa vicenda dai lati oscuri. L’arrestata non ha rivelato più di tanto: ma i carabinieri sono convinti che nelle prossime ore tutta la storia sarà chiarita.

mercoledì 9 giugno 2010

Le donne che uccidono i loro figli ottengono comprensione e sono condannate a delle cure, mentre gli uomini che fanno la stessa cosa sono accusati di omicidio e condannati a vita

Riportiamo la traduzione (curata da Centro Documentazione violenza donne) di un articolo canadese

L'anno scorso, negli Stati Uniti, sono avvenuti circa 1.300 infanticidi. Circa 500 degli autori - all'incirca alla pari fra uomini e donne - non erano i genitori. Peraltro, i padri sono stati solo 30 (!). In altre parole, le madri erano 25 volte più portate ad uccidere la loro progenie rispetto ai padri. Eppure, in qualche modo, gli uomini sono visti come più pericolosi per i loro figli rispetto alle donne. In Canada, molte statistiche di criminalità sono presentate in modo tale da nascondere la malvagità femminile. Ad esempio, le statistiche di omicidio di bambini non sono suddivise per sesso dell’autore. Di conseguenza, queste informazioni non sono disponibili. Tuttavia, non vi è alcun motivo di ritenere che le cose siano diverse a nord del confine [rispetto agli USA, ndt].

Questo trattamento di favore alle donne non si limita all’uccisione di bambini. Rose Cece e Mary Taylor, una coppia lesbica di Toronto, decise di uccidere per gioco un agente di polizia. Fosse stata una coppia maschile, sarebbe stata condannata per omicidio di primo grado, quasi senza neanche considerare i fatti; in caso contrario, le associazioni di polizia in tutto il Paese sarebbero insorte. Invece, Cece e Taylor furono condannate per omicidio colposo e nessuno alzò la voce.

Spesso le donne sono lasciate fuori con la condizionale. Il primo cittadino di Ottawa disse a proposito di un caso di omicidio: "La condanna di Lilian Gatkate, assassina confessa di suo marito, a due anni meno un giorno di domiciliari, è un insulto al nostro senso di giustizia naturale". L'assassina reagì alla sentenza dicendo: "Ero confusa. Ho preso la vita di qualcuno e non vado in galera. Certo che sono sorpresa da tutto ciò". Ancora una volta, la Procura non fece appello.

Sfuggire alla pena per omicidio

Questa riluttanza a condannare le donne assassine risale a molto tempo fa. In realtà, è la ragione dell’invenzione del reato d'infanticidio, al volgere del secolo scorso. Le giurie rifiutavano di condannare le donne che uccidevano i propri figli. O i loro genitori, sembrerebbe.
Lizzie Borden prese un'accetta
diede a sua madre quaranta colpi
Quando vide ciò che aveva fatto
ne diede a suo padre quarantuno [ndt: ballata nordamericana]
Ciò che la canzoncina non menziona è che la giuria di Boston, nel 1892, rilasciò Lizzie libera. Una delle ragioni principali è che il giudice, come nel caso di Lilian Gatkate, diresse praticamente la giuria ad assolverla.

Solo due donne sono state condannate per omicidio di primo grado in questo Paese: Yvonne Johnson uccise un uomo che appena conosceva, Sarabjit Kaur Minhas strangolò il proprio nipote.

La discriminazione dei giudici a favore delle donne non è limitata all’omicidio: accade per tutti i reati. Ufficialmente le donne commettono il 15% dei crimini gravi in Canada: molto probabilmente un dato che sottovaluta la realtà. Qualunque sia il numero reale, esse costituiscono circa l'1% delle persone nelle nostre carceri. Le statistiche in Texas indicano che le donne commettono frodi più spesso degli uomini. Malgrado ciò, gli uomini trascorrono detenzioni dieci volte più lunghe per questo reato, rispetto alle donne.

Sembra che ci sia un radicato rifiuto ad ammettere che le donne sono capaci di commettere crimini. Quando lo fanno, si tende a sminuire l'atto ed a vederle come le vittime, non come le carnefici. Sul caso Johnson è stato scritto un libro: il titolo è “La vita rubata”; indovinate a chi appartiene la vita che l'autore sente derubata? Non è quella dell'uomo ucciso.

Mentre il femminismo può essere solo parzialmente responsabile di questo rifiuto, la risposta sembra essere più remota. I genitori di Lizzy Borden furono uccisi molto prima della comparsa di questa forma di follia collettiva. La realtà è che la gente, in tutte le società, assume che la femmina della specie debba essere protetta, anche dalle conseguenze delle proprie azioni.

mercoledì 14 aprile 2010

L'omicidio della piccola Matilda: ad uccidere è stato Cangialosi

Parliamo della vicenda Romani-Cangialosi. Il 2 luglio 2005, la piccola Matilda viene uccisa dopo aver vomitato nel letto: in casa, solo la madre Elena Romani, accorsa a cambiarle le lenzuola, e il compagno Antonio Cangialosi. La signora, per anni l'unica indagata dell'omicidio (si dice dovuto ad un raptus di rabbia), è stata di recente assolta. Fin qui niente di anormale, se non per il fatto che le perizie hanno condotto i giudici a fornire una ricostruzione dell'accaduto che di logico ha ben poco.

Il processo alla Romani si è trasformato sostanzialmente in un procedimento contro Cangialosi, sentenziando la sua colpevolezza nell'omicidio. In pratica i giudici hanno emesso una condanna nei confronti di una persona estranea al procedimento e che, contrariamente alla Romani la quale ha anzi potuto contare su perizie a lei favorevoli, non è neanche comparsa in tribunale per difendersi. Ed è proprio sulla base delle perizie che il tribunale ha emesso il suo verdetto: il colpevole è Cangialosi. Voi come vi sentireste se vi arrivasse a casa la polizia informandovi che siete stati condannati in un processo di cui addirittura ignoravate l'esistenza? Roba da età della pietra. Ma vediamo i dettagli.

Secondo i giudici della corte d'appello, ad uccidere non sarebbe stata la madre (ci mancherebbe altro) infuriata per il fatto che la bambina aveva vomitato e che per anni è stata l'unica indagata, ma il Cangialosi visto che
tutti i dati ora riassunti [provenienti dalle perizie], se vengono posti in sistematica correlazione tra loro, non lasciano spazio ad altra interpretazione se non a quella appunto che [...] il Cangialosi, irritato dal fatto che Matilda si accingeva ad abbandonare la posizione in cui era stata collocata sul divano per andare probabilmente alla ricerca della madre, abbia cercato con brutalità di tenerla ferma premendo un piede (assai più probabilmente che una delle mani) contro la sua schiena con forza tale da provocare le lesioni interne che vennero poi constatate, da procurarle inoltre una sincope pressoché immediata e da farla infine cadere a terra urtando il lato sinistro del corpo contro il pavimento non appena egli interruppe il gesto con cui l'aveva schiacciata con violenza contro il bordo del divano: gesto eseguito con forza talmente sproporzionata e spietata brutalità da causare, dunque, il successivo decesso della persona che aveva offeso
in sostanza, l'uomo avrebbe ammazzato Matilda per impedirle di raggiungere la madre. Questo stando alle perizie successivamente compilate dagli esperti (tutti rigorosamente donne). Poco importa se le carte erano in contraddizione con i fatti rilevati dalla procura, e palesemente artatate e coordinate per raggiungere un unico scopo, cioè gettare la colpa sull'uomo: per il tribunale, la verità è quella che ne discende.

E sempre sulla base delle perizie (e di null'altro) che i giudici hanno chiesto la revoca del non luogo a procedere nei confronti del Cangialosi, inizialmente avanzato dalla procura e poi confermato in Cassazione. Non ci rimane a questo punto che aspettare la sentenza definitiva di terzo grado, sperando almeno in una più sensata assoluzione della Romani con formula dubitativa.

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giovedì 4 marzo 2010

Anna Shavenkova. Come uccidere un essere umano impunemente

Mosca, 25 febbraio (Apcom-Nuova Europa) - Una consulente politica di Russia Unita - il partito del primo ministro Vladimir Putin - schiaccia due donne contro un muro con la propria automobile: una è morta, l'altra ha riportato una invalidità permanente. La donna non è neanche stata imputata, nonostante le evidenze.


Il terribile incidente si e' verificato il 2 dicembre dello scorso anno. Anna Shavenkova, 28 anni, è figlia del presidente della Commissione elettorale regionale di Irkutsk, Lyudmila Ivanovna Shavenkova.

Le immagini mostrano come la donna, lanciata a tutta velocità sulla sua "Toyota Corolla", abbia travolto due ragazze che transitavano su un marciapiede, facendole letteralmente sfracellare contro un portico. La telecamera a circuito chiuso mostra Anna Shavenkova che esce dalla macchina, controlla attentamente l'auto fracassata e si mette a telefonare. A seguito dell'incidente Elena Pyatkova, 38 anni, è morta in ospedale. Sua sorella Julia, 27 anni, rimarrà disabile a vita.

La Shavenkova non è stata ancora imputata; anzi, non le hanno neppure tolto la patente.

Fonte

venerdì 5 febbraio 2010

Arrestato per un omicidio mai commesso, incarcerato 14 giorni prima di essere scagionato: 8mila euro di indennizzo

5 febbraio 2010 – Probabilmente vi ricorderete di Patrick Lumumba, arrestato per l'omicidio di Meredith Kercher su indicazione di Amanda Knox, che aveva fatto il suo nome alla polizia scaricando su di lui la colpa. Lumumba è stato in galera 14 giorni prima di essere scarcerato; in quel periodo, ha dovuto chiudere il pub che gestiva. Il sequestro prolungato del locale inoltre gli ha impedito di lavorare per diverso tempo.

Oggi la Cassazione ha confermato la decisione già presa a suo tempo dalla Corte di Appello: a Lumumba sono stati riconosciuti solo 8mila euro di risarcimento per ingiusta detenzione.

Il legale di Lumumba ha sottolineato l'iniquità della sentenza portando come esempio quello di una studentessa di Napoli alla quale, per aver trascorso ingiustamente 3 giorni in carcere e 11 ai domiciliari, è stato riconosciuto un indennizzo di 33mila euro, più di quattro volte superiore a quello di Lumumba che invece di giorni in carcere ne ha trascorsi 14.

Patrick Lumumba ha rifiutato di accettare il denaro ritenendolo un'umiliazione, e ha annunciato che farà ricorso presso la Corte europea di Strasburgo.

Fonte: La Stampa