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lunedì 27 settembre 2010

Donne e legislazione penale

Da [1], riguardo la situazione negli Stati Uniti per quello che riguarda gli omicidi dei figli
Nel 68% dei casi le donne finiscono in ospedale mentre solo il 27% scontano una pena detentiva in carcere. Per i padri figlicidi la situazione sembra essere invertita, visto che solo il 14% viene inviato in manicomio contro un 72% che viene imprigionato o addirittura condannato a morte.
Marks e Krumar dall’analisi del loro campione rilevano che le madri vengono mandate in carcere meno frequentemente rispetto ai padri, pur avendo commesso lo stesso reato di figlicidio. Secondo gli autori la motivazione potrebbe essere la percezione che i padri facciano uso di metodi più violenti per commettere il reato. Le percentuali sono 84% dei padri e 19% delle madri che vengono puniti con il carcere per il reato commesso. I campioni analizzati da D’Orban e Cheung parlano di percentuali ancora più basse, attorno al 10%, di donne in carcere in seguito a figlicidio, la maggior parte ottiene la libertà condizionale o va in ospedale psichiatrico.
Anche un altro studioso della Sydney University, Andrei Wilczynsky, sostiene che la giustizia criminale tratta molto diversamente, in ogni fase del processo, le madri che uccidono i loro bambini dai padri che commettono il medesimo reato, seguendo il principio che i padri sarebbero “cattivi” e “normali” mentre le madri sarebbero “matte” ed “anormali”.
sintetizzando, il motivo per cui interviene il pietismo giudiziario ad assolvere le figlicide, e in generale le donne colpevoli di un qualsivoglia reato, dovrebbe essere la visione distorta che si ha dell'immagine femminile, rispondente sempre allo stereotipo della donna angelo tipico della cultura romantica dell'800. Non si tiene minimamente conto del fatto che l'individuo femminile è ormai diventato irrimediabilmente profittatore, a causa delle leggi ad essa favorevoli e ai comportamenti dei magistrati funzionali a giustificare ogni suo atto: false accuse (anche quando vengono scoperte), divorzi predatori, reati contro la persona nei quali la colpevole viene sempre vista come "martire" di qualcosa o qualcuno, e giustificata. Contrariamente all'uomo, che invece viene sempre visto come il colpevole per eccellenza e condannato a pene ordini di grandezza più dure. Naturalmente è il sistema di pregiudizi ad essere sbagliato; oppure, se lo si vuole accettare, lo si dichiari apertamente e senza ipocrisie. Noi riteniamo giusto, se non è possibile cambiare questo stato di cose, almeno diffondere e ufficializzare la verità, nei limiti del possibile, per evitare almeno che si continui ad affermare con sfacciataggine che la donna è discriminata in tutti i campi. Quando in ambito giudiziario avviene esattamente l'inverso.

Bibliografia

  • [1] Alessandra Bramante, Fare e disfare... dall'amore alla distruttività. Il figlicidio materno, cap. VI, Ricerca Criminologica. Ed. Aracne, 2005

martedì 21 settembre 2010

Della serie "le fisime delle femministe": l'uomo ha un cervello più pesante delle donne perché è più violento

Secondo quanto si apprende da Repubblica, le donne a capo della ricerca sul cervello umano avrebbero stabilito il perché del maggior peso dell'organo maschile rispetto a quello femminile. Il tutto risiede nell'amigdala, diciamo la parte meno nobile del cervello: siccome negli uomini è più grande, essi sarebbero più violenti nell'agire mentre le donne più ponderate (ovviamente questo vale sempre tranne quando si tratta di riconoscere l'incapacità di intendere e di volere nei processi penali: allora la psichiatria femminista cambia radicalmente prospettiva). Ed ecco spiegata la differenza di peso, in maniera assolutamente coerente. Ma non è finita qui: la ricerca parla anche della maggior quantità di materia bianca nel cervello delle donne, ossia di quella parte del cervello che consentirebbe loro di avere il controllo di più azioni nello stesso tempo. Lo chiamano multitasking, termine prestato dalla teoria dei sistemi operativi: ne seguirebbe ad esempio maggiore capacità organizzativa e gestionale (cosa venite a pensare, che questo abbia qualcosa a che fare con l'ossessione femminile del management imprenditoriale, della carriera, del denaro? Maligni...).

E se tutto questo lo dicono le femministe, noi non possiamo (anzi dobbiamo, pena l'essere tacciati di oscurantismo maschilista) che crederci.

Viste queste "teorie", stranamente molto simili a quelle naziste che un tempo dichiaravano la superiorità della razza ariana rispetto a quella ebrea, noi ci chiediamo dove andremo a finire. Forse alla creazione di campi di sterminio per soli uomini?

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    sabato 24 luglio 2010

    Fenomenologia della falsa violenza sessuale

    Vogliamo qui riassumere nei limiti dei casi analizzati quello che accade in una falsa denuncia per violenza sessuale. L'elemento che innesca il processo è sempre una donna, che si inventa uno stupro ai suoi danni da parte di un uomo: descriviamo di seguito come operano queste persone dopo aver creato la menzogna da dare in pasto alla polizia.

    Innanzitutto va detto che le calunniatrici in molti casi sfruttano la denuncia "differita", ossia si rivolgono alle autorità diversi mesi dopo la violenza che affermano falsamente sia occorsa, onde evitare di essere sottoposte ad esami ginecologici che potrebbero smascherarle. Infatti, dopo molto tempo le prove di uno stupro non sono più verificabili: la denuncia differita consente così alle false vittime di evitare la produzione di prove contraddicenti la loro versione dei fatti. A questo proposito citiamo questo caso (tre mesi) e quest'altro (sette anni). Le vere vittime della violenza invece denunciano subito: per loro non ha alcun senso aspettare e rischiare di perdere le prove degli abusi subiti, riscontrabili attraverso la visita ginecologica. Esistono tuttavia svariati casi in cui le bugiarde scelgono di segnalare alle autorità un fatto avvenuto di recente, probabilmente per la smania di ricevere il prima possibile una compensazione finanziaria.

    Molto spesso basta la parola della calunniatrice per far finire in carcere l'accusato, ove rimane fin quando ella non viene smascherata (quasi sempre perché cade vittima delle sue stesse dichiarazioni contraddittorie). Le prove oggettive della non avvenuta violenza sessuale, se prodotte, escono sempre dopo l'arresto dell'indagato, sconfessando sistematicamente il principio della presunzione di innocenza. Sovente viene avviato il processo a carico dell'arrestato senza alcun elemento probatorio che non sia la parola dell'accusatrice. A questo punto, nella quasi totalità dei casi, l'accusato viene assolto per non aver commesso il fatto cadendo in fase di dibattimento il castello accusatorio della procura, spesso perché la calunniatrice espone una versione in contraddizione o con sé stessa o con le prove raccolte dalla difesa a favore dell'imputato; in altri casi addirittura viene emessa una condanna che viene però rigettata successivamente per pesanti irregolarità nella procedura (si veda ad esempio questo caso).

    Le sentenze di condanna nei confronti delle calunniatrici vengono sistematicamente sospese, con la giustificazione dell'incapacità mentale: stranamente queste delinquenti hanno sempre avuto un'infanzia difficile, hanno sofferto di problemi di alcool e simili e per questo motivo non pagano per i loro crimini. Un caso emblematico a riguardo è questo: nonostante la signora abbia accusato un uomo di falso stupro appositamente per ricevere l'indennizzo finanziario, in sede processuale le sono stati riconosciuti problemi mentali e per questo è stata condannata a 300 ore di lavoro socialmente utile al posto del carcere. Spessissimo addirittura queste donne non vengono affatto perseguite dalla procura e quindi non finiscono neanche in tribunale.

    mercoledì 23 giugno 2010

    La cortina di pizzo in psichiatria

    Da un articolo de Il Tempo

    Tenta di soffocare la figlioletta

    La mamma è la mamma. Ma non quando l’amore malato spinge una donna a fare del male a chi ama di più. Come ha fatto ieri pomeriggio verso le due, un'egiziana, A. A. di 28 anni, che ha tentato di soffocare la figlia di 18 mesi mentre era in ospedale, al Bambino Gesù, un gesto forse compiuto per poter godere di più assidue cure mediche ed essere socialmente riconosciuti nel ruolo di genitore premuroso.
    Si chiama sindrome di Munchausen per procura, un bizzarro disordine mentale per cui la madre simula, o peggio, causa la malattia del figlio, arrivando fino a farlo morire. Potrebbe essere stata questa malattia, che sfugge alla maggioranza dei pediatri, la causa, non confermata, del tentativo di soffocamento, andato in scena ieri pomeriggio in una stanza del Bambino Gesù. Il gesto è stato stroncato sul nascere, perché la bambina si trovava in una stanza sorvegliata dalle telecamere, nel famoso nocomio pediatrico nei pressi del Vaticano, attrezzato anche per scoprire e fronteggiare i non rari di casi di sindrome di Munchausen. La nordafricana, fermata in tempo, si è difesa dicendo che la figlia non respirava perché in preda ad una crisi epilettica.
    Ecco cosa è successo. La piccola era ricoverata da giorni per problemi clinici e veniva monitorata dal punto di vista cardiologico e neurologico. Proprio grazie a questo controllo costante, medici e infermieri si sono accorti dell'improvvisa alterazione di alcuni parametri fisiologici e, attraverso una sorveglianza a distanza tramite telecamera, si sono resi conto che la madre, vicino al letto della figlia, stava cercando di soffocarla. Il personale del Bambino Gesù è immediatamente entrato nella stanza e ha bloccato la donna, salvando la bambina.
    La madre, che ha altri figli e già in passato era stata protagonista di episodi analoghi, ha provato a difendersi dicendo che la bimba stava male e aveva attacchi di epilessia. Medici e infermieri del Bambino Gesù hanno soccorso la piccola, che ora è in buona salute. La donna è stata fermata e portata nella caserma dei carabinieri di Porta Cavalleggeri. I carabinieri, autorizzati dalla Gendarmeria Vaticana, hanno accertato l'accaduto. Dalle testimonianze di medici e infermieri sembrerebbe inequivocabile la volontà della donna di uccidere. La giovane potrebbe essere arrestata con l'accusa di tentato omicidio.
    Sindrome di Munchausen, sindrome post parto... tutti disturbi che, contrariamente ad esempio a quello di alienazione genitoriale (PAS), la psichiatria femminista non ha tardato a riconoscere ufficialmente. Attualmente esiste una sindrome per ogni possibile atto omicida di una donna nei confronti del figlio. Ecco perché solo il 20% delle infanticide sconta il carcere, essendo per loro riconosciuta l'incapacità di intendere e di volere: per gli uomini, la percentuale sale all'84% (Alessandra Bramante, Fare e disfare... dall'amore alla distruttività. Il figlicidio materno, cap. VI, Ricerca Criminologica. Ed. Aracne, 2005).

    mercoledì 9 giugno 2010

    Le donne che uccidono i loro figli ottengono comprensione e sono condannate a delle cure, mentre gli uomini che fanno la stessa cosa sono accusati di omicidio e condannati a vita

    Riportiamo la traduzione (curata da Centro Documentazione violenza donne) di un articolo canadese

    L'anno scorso, negli Stati Uniti, sono avvenuti circa 1.300 infanticidi. Circa 500 degli autori - all'incirca alla pari fra uomini e donne - non erano i genitori. Peraltro, i padri sono stati solo 30 (!). In altre parole, le madri erano 25 volte più portate ad uccidere la loro progenie rispetto ai padri. Eppure, in qualche modo, gli uomini sono visti come più pericolosi per i loro figli rispetto alle donne. In Canada, molte statistiche di criminalità sono presentate in modo tale da nascondere la malvagità femminile. Ad esempio, le statistiche di omicidio di bambini non sono suddivise per sesso dell’autore. Di conseguenza, queste informazioni non sono disponibili. Tuttavia, non vi è alcun motivo di ritenere che le cose siano diverse a nord del confine [rispetto agli USA, ndt].

    Questo trattamento di favore alle donne non si limita all’uccisione di bambini. Rose Cece e Mary Taylor, una coppia lesbica di Toronto, decise di uccidere per gioco un agente di polizia. Fosse stata una coppia maschile, sarebbe stata condannata per omicidio di primo grado, quasi senza neanche considerare i fatti; in caso contrario, le associazioni di polizia in tutto il Paese sarebbero insorte. Invece, Cece e Taylor furono condannate per omicidio colposo e nessuno alzò la voce.

    Spesso le donne sono lasciate fuori con la condizionale. Il primo cittadino di Ottawa disse a proposito di un caso di omicidio: "La condanna di Lilian Gatkate, assassina confessa di suo marito, a due anni meno un giorno di domiciliari, è un insulto al nostro senso di giustizia naturale". L'assassina reagì alla sentenza dicendo: "Ero confusa. Ho preso la vita di qualcuno e non vado in galera. Certo che sono sorpresa da tutto ciò". Ancora una volta, la Procura non fece appello.

    Sfuggire alla pena per omicidio

    Questa riluttanza a condannare le donne assassine risale a molto tempo fa. In realtà, è la ragione dell’invenzione del reato d'infanticidio, al volgere del secolo scorso. Le giurie rifiutavano di condannare le donne che uccidevano i propri figli. O i loro genitori, sembrerebbe.
    Lizzie Borden prese un'accetta
    diede a sua madre quaranta colpi
    Quando vide ciò che aveva fatto
    ne diede a suo padre quarantuno [ndt: ballata nordamericana]
    Ciò che la canzoncina non menziona è che la giuria di Boston, nel 1892, rilasciò Lizzie libera. Una delle ragioni principali è che il giudice, come nel caso di Lilian Gatkate, diresse praticamente la giuria ad assolverla.

    Solo due donne sono state condannate per omicidio di primo grado in questo Paese: Yvonne Johnson uccise un uomo che appena conosceva, Sarabjit Kaur Minhas strangolò il proprio nipote.

    La discriminazione dei giudici a favore delle donne non è limitata all’omicidio: accade per tutti i reati. Ufficialmente le donne commettono il 15% dei crimini gravi in Canada: molto probabilmente un dato che sottovaluta la realtà. Qualunque sia il numero reale, esse costituiscono circa l'1% delle persone nelle nostre carceri. Le statistiche in Texas indicano che le donne commettono frodi più spesso degli uomini. Malgrado ciò, gli uomini trascorrono detenzioni dieci volte più lunghe per questo reato, rispetto alle donne.

    Sembra che ci sia un radicato rifiuto ad ammettere che le donne sono capaci di commettere crimini. Quando lo fanno, si tende a sminuire l'atto ed a vederle come le vittime, non come le carnefici. Sul caso Johnson è stato scritto un libro: il titolo è “La vita rubata”; indovinate a chi appartiene la vita che l'autore sente derubata? Non è quella dell'uomo ucciso.

    Mentre il femminismo può essere solo parzialmente responsabile di questo rifiuto, la risposta sembra essere più remota. I genitori di Lizzy Borden furono uccisi molto prima della comparsa di questa forma di follia collettiva. La realtà è che la gente, in tutte le società, assume che la femmina della specie debba essere protetta, anche dalle conseguenze delle proprie azioni.

    sabato 5 giugno 2010

    Negli Stati Uniti, il 41% delle denunce per stupro sono false

    Uno studio condotto dal professor Eugene Kanin della Purdue University ha evidenziato che, basandosi esclusivamente sulle dichiarazioni delle presunte vittime che hanno successivamente ritrattato le accuse, il 41% delle denunce di violenza sessuale negli Stati Uniti sono false.

    Mentre il presunto colpevole viene sempre arrestato dopo una breve indagine, e il suo nome diffuso sui giornali spesso a livello nazionale, per quello che riguarda la presunta vittima
    • l'identità non viene rivelata quasi mai neanche dopo la ritrattazione
    • in molti casi la procura rinuncia a perseguire l'accusa di false dichiarazioni
    a questo aggiungiamo che, come dimostrano le notizie su questo blog, nei rimanenti casi il procedimento contro chi calunnia si conclude con un nulla di fatto o al massimo con una sentenza di libertà condizionata allo svolgimento di poche ore di lavoro socialmente utile.

    domenica 28 marzo 2010

    I dati dell'ISTAT e il pregiudizio strisciante

    Se è vero che i dati riguardanti la violenza domestica sono allarmanti, è anche vero che quelli concernenti le false accuse, relativamente all'importanza che viene data a questo fenomeno (completamente ignorato dai media e dagli istituti statistici, per i quali è certamente più interessante fornire dati su temi scottanti piuttosto che su altri alla cui esistenza la gente comune fatica addirittura a credere, sia per un radicato pregiudizio che vuole la donna santa a priori sia appunto per la pressoché nulla rilevanza data a questo genere di problemi), sono oltremodo inquietanti. Il procuratore della Repubblica di Bergamo Carmen Pugliese ad esempio, nell'intervista che viene fornita di seguito, lamenta il fatto che 8 denunce di maltrattamenti su 10 provenienti da donne contro i loro mariti si rivelano alla fine fasulle. Nonostante siano questi i dati, l'ISTAT continua a focalizzare i propri sforzi sul fenomeno dei maltrattamenti, dimenticandosi stranamente di ricordare la possibilità delle false dichiarazioni: un'indagine svolta per telefono nel 2006 ha rilevato che in Italia una donna su tre è stata vittima di violenza almeno una volta nella vita. Nell'immaginario collettivo, questi dati vengono presi per oggettivi, veri e inconfutabili (tanto che le varie organizzazioni femministe ci marciano sopra con fierezza): in altri termini, per la gente comune tutto ciò non significa che una donna su tre ha dichiarato di essere stata vittima di violenza, ma che una donna su tre è effettivamente stata oggetto di maltrattamenti. Eppure, e qui sta l'assurdo, questi sondaggi intrinsecamente soggettivi e personali (dunque di validità reale nulla perché potrebbero anche essere menzogne) prendono inevitabilmente il sopravvento su quelli, al contrario realmente oggettivi e inconfutabili perché provenienti dagli uffici di una procura, forniti da un anonimo magistrato in forze ad un anonimo pool specializzato in reati sessuali e familiari. Solo per il fatto che il fenomeno dei falsi abusi non viene monitorato dall'ISTAT, che se ne disinteressa bellamente, il fenomeno in pratica non esiste. Eppure, lo diciamo di nuovo, la verità è quella che segue
    Da L'eco di Bergamo, 31 gennaio 2009 - «I maltrattamenti in famiglia stanno diventando un'arma di ritorsione per i contenziosi civili durante le separazioni», avverte Carmen Pugliese, pm del pool della Procura specializzato in reati sessuali e familiari, scorrendo i dati che vedono questo tipo di violenza aumentare in maniera significativa. Nella Bergamasca si è passati dai 278 casi del 2006 ai 306 del 2007, fino ai 382 del 2008, in pratica più di una denuncia al giorno. E se è vero che si riscontra una sempre più diffusa propensione da parte di padri e mariti ad alzare le mani, è altrettanto appurato che molte volte le versioni fornite dalle presunte vittime (quasi sempre donne) sono gonfiate ad arte. «Solo in due casi su 10 si tratta di maltrattamenti veri» analizza il pm Pugliese «il resto sono querele enfatizzate e usate come ricatto nei confronti dei mariti durante la separazione. 'Se non mi concedi tot benefici, io ti denuncio' è la minaccia che fanno le mogli. [...] L'impressione è che tendano a usare pm e polizia giudiziaria come strumento per perseguire i propri interessi economici in fase di separazione».
    Poche, in percentuale, le inchieste che sfociano in condanna. «Molte volte
    » rivela il pm Pugliese «siamo noi stessi a chiedere l'archiviazione. In altri casi, invece, si arriva a un processo dove la presunta vittima ridimensiona il proprio racconto. È successo anche che qualche ex moglie sia finita indagata per calunnia».

    Carmen Pugliese una tiratina d'orecchi la riserva anche alle associazioni che operano a tutela delle donne: «Non fanno l'operazione di filtro che dovrebbero fare: incitano le assistite a denunciare, ma poi si disinteressano del percorso giudiziario, di verificare come finirà la vicenda. Mi sembra una difesa indiscriminata della tutela della donna che viene a denunciare i maltrattamenti, senza mettere in conto che questa donna potrebbe sempre cambiare versione».
    Un altro dato riguarda le false accuse di pedofilia avanzate dalle donne contro i loro mariti ed ex-mariti e funzionali esclusivamente a sottrarre loro i beni economici, la casa, il denaro e i figli. Luca Steffenoni, nel suo libro Presunto colpevole, osserva che «nella classifica degli abusatori di minori si collocano, con un sorprendente 80 per cento, i padri separati denunciati dall'ex-moglie in concomitanza o immediatamente dopo la richiesta di divorzio».

    mercoledì 10 marzo 2010

    Fa incarcerare un giovane con una falsa accusa di stupro, condannata ad 80 ore di servizio in comunità

    Un altro aspetto da prendere in esame è come ci si preoccupi, in maniera assolutamente ingiustificata e oserei dire quasi patologica, di come le false accuse smascherate rischino di minare la credibilità di quelle vere agli occhi delle autorità in primo luogo, e in secondo luogo di come le conseguenti condanne abbiano l'effetto di intimorire le vere vittime della violenza, trasmettendo a queste donne l'idea che una denuncia possa ritorcersi loro contro.

    Alle vere vittime della violenza ci sentiamo di poter dire che molto difficilmente una segnalazione di abusi può rimanere inascoltata: le vicende trattate in questo blog dimostrano anzi come basti la parola a sollecitare un intervento da parte delle forze dell'ordine e della magistratura, senza alcun bisogno di dover fornire prove oggettive delle vessazioni subite. Inoltre, non sono mai stati rilevati casi in cui una vittima autentica sia stata ingiustamente accusata di falsa testimonianza o calunnia: tutte le bugiarde sono state sempre smascherate da fatti oggettivi inoppugnabili (quali registrazioni o confessioni in qualche maniera intercettate) oppure dalle loro stesse dichiarazioni fortemente contraddittorie. Nella quasi totalità dei casi sono addirittura ree confesse, e solo per questo motivo le condanne comminate loro, quando ci sono (spesso neanche finiscono in tribunale), sfiorano i limiti del ridicolo e non tengono minimamente in conto del danno subito dalle loro vittime.

    Per contro, non si capisce bene come si possa affermare che le false accuse minano la credibilità di quelle vere; facciamo notare per l'ennesima volta che le autorità agiscono sempre tempestivamente ogni volta che viene depositata una denuncia del genere, senza approfondire la veridicità di quelle accuse. I test medici vengono eseguiti solo successivamente a garanzia del presunto autore delle violenze, che quasi sempre viene arrestato preventivamente: le poche eccezioni derivano solo da accuse palesemente contraddittorie.

    Premesso ciò, parliamo di quello che è successo ieri. L'ennesima bugiarda, stavolta una 19enne scozzese, ha evitato il carcere semplicemente spedendo una lettera di scuse al ragazzo che aveva fatto incarcerare per ripicca, accusandolo di stupro. Da parte del giudice, che l'ha condannata a 80 ore di servizio socialmente utile (non sappiamo se retribuito o meno), c'è stata solo la preoccupazione di far notare come questo genere di reati possa compromettere la credibilità delle vere vittime della violenza, anche se non si capisce come questo possa essere possibile. In questo caso, la ragazza è stata scoperta solo perché caduta in contraddizione; il presunto autore dello stupro è stato prontamente arrestato; in ogni caso, la criminale se l'è cavata praticamente con niente.

    martedì 9 marzo 2010

    Fa incarcerare tre giovani con una falsa accusa di stupro, ma viene smascherata da una registrazione nascosta

    Come già avevamo accennato tempo addietro, lo stupro è una fattispecie di reato che richiede unicamente come prova la testimonianza della presunta vittima. Pertanto, per chiunque si trovi questa spada di Damocle sulla testa, vale la presunzione di colpevolezza: se non sei in grado di difenderti e portare prove a tuo discapito, verrai condannato.

    Un esempio eloquente in merito ci viene fornito da un caso accaduto l'altro ieri e riportato dal "Copenaghen post": il processo a tre giovani precedentemente condannati per violenza carnale è stato riaperto dopo che il fratello di uno di loro è riuscito ad acquisire una testimonianza filmata in cui la 16enne che li aveva accusati, rimasta anonima, confessava di aver mentito.

    Lo stratagemma usato dal ragazzo per scagionare il familiare consistette nel riprendere di nascosto un flirt tra lui e la presunta vittima, che nel corso del rapporto amoroso si è lasciata andare alle dichiarazioni che l'hanno poi portata ad essere denunciata per calunnia. La teenager ha infatti confessato di aver accusato uno dei ragazzi per ripicca, mentre in realtà l'amplesso consumato era perfettamente consensuale. Questo a confermare il fatto che tra uno stupro e un rapporto legale passa in realtà una sottilissima differenza soggettiva: l'opinione della donna, peraltro impossibile da congelare e quindi suscettibile a ripensamenti.

    Alla fine del filmato, la 16enne dice di non essere intenzionata a ritrattare per paura di essere punita. Tuttavia, noi sappiamo perfettamente che questo non accadrà mai e che i suoi timori sono del tutto ingiustificati, anche adesso che per puro caso è stata scoperta.

    Alcune considerazioni
    • siamo sicuri che un reato per il quale vale intrinsecamente la presunzione di colpevolezza, e che obbliga il presunto colpevole a doversi scagionare con l'acquisizione di prove peraltro difficilissime da acquisire, possa trovare spazio (nella maniera in cui è formulato attualmente si intende) nel codice di un paese democratico?
    • qual'è la vera entità del fenomeno delle accuse strumentali, se è vero che solo a seguito di eventi incredibili e fortuiti come quello sopra riportato le menzogne vengono a galla? Qual'è la percentuale del sommerso? Quanti falsi abusi alla fine portano alla condanna di uomini innocenti, colpevoli solo di non essere riusciti a dimostrare la propria non colpevolezza?

    sabato 13 febbraio 2010

    Quando basta la parola di una donna per far scattare le manette

    Ormai non si può più negare l'evidenza, la parola di una donna è sufficiente per rovinare per sempre la vita di un uomo, tra carcere, sedute in tribunale e reputazione distrutta. Tra la parola di un uomo e quella della donna vince sempre quest'ultima. Nei rari casi in cui vengono smascherate (proprio quando la contraddittorietà è palese), rimangono impunite. Basta con questa storia ridicola che non denunciano le violenze perché hanno paura, la denuncia è un'arma potentissima nelle loro mani che possono usare quando vogliono per soddisfare i loro capricci, le loro ambizioni e la loro sete di denaro. Uomini, tenete presente che non siete mai stati in galera solo perché ancora a nessuna le è presa la voglia di farvici andare.

    Tutto questo è causato dal pregiudizio che vuole la donna debole, indifesa e incapace di fare del male o mentire etc. Ciò è sistematicamente usato dai membri di questo sesso come arma per distruggere chiunque attraverso vie giudiziarie. I giudici danno sempre ragione alle donne, quello che dicono è preso per vero a prescindere.

    Dobbiamo sensibilizzare l'opinione pubblica su questo problema.

    Lo stupro

    Lo stupro è l'unico reato la cui sussistenza dipende esclusivamente dalla volontà soggettiva di una singola persona, la "vittima". Anche un rapporto inizialmente consensuale può trasformarsi in stupro, se la donna cambia idea in un secondo momento! Lesioni corporali e qualsiasi altro riscontro oggettivo non sono assolutamente necessari alla sussistenza di questo genere di reato. Ogni volta che fate sesso con una donna la vostra libertà, reputazione, carriera, felicità cade inevitabilmente nelle sue mani, e può farne ciò che vuole.